Antoine Béchamp osservò per la prima volta i microzimi, da lui inizialmente chiamati in modo vago petits corps, i “piccoli corpi”, fin dalle sue prime osservazioni microscopiche, notando la presenza di minuscoli oggetti molto più piccoli delle cellule all’interno degli organismi che esaminava. Tuttavia, il momento cruciale in cui questi elementi divennero l’oggetto centrale delle sue ricerche avvenne durante il celebre “Esperimento Beacon” (o Expérience Maîtresse), iniziato a Strasburgo nel maggio 1854 e proseguito fino al 1857. All’epoca, altri ricercatori li chiamavano “granulazioni molecolari” o “corpuscoli scintillanti”, considerandoli particelle informi e prive di significato.

Punti chiave:

  • Durante L’Esperimento “Beacon” (1854-1857), la serie di studi sulla trasformazione dello zucchero, Béchamp notò che in alcune soluzioni apparivano muffe e “piccoli corpi”. Nella sua prima pubblicazione ufficiale legata a questi esperimenti (19 febbraio 1855), egli menzionò effettivamente le muffe senza tentare di spiegarne la comparsa, dichiarando esplicitamente di riservare la loro considerazione a esperimenti futuri.
  • Béchamp notò che nelle soluzioni zuccherine a cui era stato aggiunto il gesso comune, carbonato di calcio naturale, apparivano muffe, avveniva la fermentazione dello zucchero anche in presenza di creosoto, che invece bloccava i germi provenienti dall’aria. Esaminando il gesso al microscopio, vide sciamare miriadi di “piccoli corpi” dotati di un movimento simile a quello browniano.
  • Per dimostrare che la fermentazione non era causata dal gesso in sé, ma da ciò che vi era “dentro”, Béchamp fece un esperimento di controllo: utilizzò del carbonato di calcio puro (sintetizzato in laboratorio). In questo caso, non avveniva alcuna fermentazione. Questo gli servì per affermare che il gesso naturale ospitava degli organismi microscopici indistruttibili.
  • Béchamp intuì che questi corpi erano esseri viventi e organizzati, poiché erano in grado di agire come fermenti, erano insolubili in acqua e venivano distrutti dal calore intenso.
  • L’omissione strategica del 1857: Quando presentò la sua celebre Memoria nel 1857, Béchamp scelse di omettere i risultati riguardanti l’uso del gesso comune. Questo perché, nonostante l’aggiunta di creosoto (che avrebbe dovuto bloccare i germi dell’aria), il gesso provocava comunque la fermentazione. Pensando che potesse trattarsi di un errore di procedura o di un fattore di disturbo inspiegabile, decise di approfondire il mistero in silenzio prima di pronunciarsi pubblicamente.
  • Egli collegò i “piccoli corpi” trovati nelle rocce calcaree con le “granulazioni molecolari” presenti nelle cellule di piante e animali, concludendo che non fossero semplici detriti, ma gli elementi anatomici primari e i costruttori delle cellule stesse. Attese quasi dieci anni (fino al 1866) prima di dare piena pubblicità a queste osservazioni e proporre il nome scientifico di microzimi. Béchamp dimostrò una straordinaria cautela scientifica, preferendo osservare i “piccoli corpi” per anni e riservarsi ogni conclusione finché non ebbe prove inconfutabili che non si trattasse di semplici detriti, ma dei veri “costruttori” delle cellule.

Prima di Béchamp

Antoine Béchamp non fu il primo o l’unico a osservare o a teorizzare queste entità microscopiche; altri ricercatori le avevano già notate prima di lui, sebbene nessuno ne avesse approfondito lo stato o la funzione. Prima delle ricerche di Béchamp, queste particelle venivano chiamate con nomi generici come “corpuscoli scintillanti” o semplicemente “granulazioni” o “granuli”, ma erano considerate dai più come detriti informi o particelle prive di un significato biologico autonomo. Le figure principali che menzionarono le granulazioni molecolari prima o contemporaneamente a lui furono:

Robert Brown (1827): Sebbene sia famoso per la botanica, Brown osservò al microscopio che i granuli di polline e altre particelle microscopiche sospesi in acqua si muovevano in modo erratico. Questo fenomeno, oggi noto come moto browniano, fu inizialmente interpretato da molti come una prova di una “forza vitale” intrinseca a minuscole particelle materiali, che Brown chiamò genericamente “molecole attive”.
Marie-François-Xavier Bichat (Fine ‘700): Padre dell’istologia moderna, Bichat non usava il microscopio (di cui diffidava), ma teorizzò che la vita risiedesse nei tessuti e in unità elementari invisibili a occhio nudo. La sua idea che la vita fosse una proprietà di strutture granulari e fibrose influenzò tutta la generazione successiva, Béchamp incluso.
W. Hewson: È citato come uno dei primi a sostenere che la fibrina non fosse disciolta nel sangue, ma esistesse in sospensione sotto forma di fini granulazioni.
Milne Edwards: Accettando l’opinione di Hewson, sostenne che la fibrina preesistesse nel sangue allo stato solido ed estremamente suddiviso, come fini granulazioni che si univano solo quando il sangue era a riposo.
J.B. Dumas: Inizialmente vicino alle tesi di Milne Edwards, ipotizzò che la fibrina si trovasse in uno stato di estrema divisione o in un flusso molecolare simile a quello dell’amido in acqua.
M. Berthelot: Nel 1860, osservò in una soluzione di gelatina e glucosio un deposito insolubile costituito da “un’infinità di granulazioni molecolari amorfe“, molto più fini del lievito di birra. Tuttavia, egli non attribuì loro alcun ruolo vitale, considerandole semplici prodotti di decomposizione.
Friedrich Gustav Jakob Henle (1841): È citato come colui che, già nel 1841, suggerì l’ipotesi che le granulazioni molecolari fossero strutturate e rappresentassero gli effettivi costruttori delle cellule. Tuttavia, le sue opinioni rimasero a lungo vaghe e furono ampiamente ignorate dal mondo scientifico dell’epoca
Schultze e Frey: Schultze segnalò nel sangue umano agglomerati di piccoli granuli pallidi (del diametro di 0,001-0,002 mm); Frey confermò che tali granulazioni erano state notate anche in precedenza e talvolta mostravano un movimento molecolare (moto browniano).
Auguste Chauveau: Studiò le granulazioni molecolari presenti nel vaccino, un’osservazione che Béchamp considerò una conferma indiretta delle proprie ricerche sui microzimi.
Philippe Cauvet: Definì il protoplasma come un liquido contenente granuli grassi e albuminoidi.
Charles-Philippe Robin: Nel suo Dictionary of Medicine and Surgery (1858), descrisse la presenza di “granulazioni molto piccole formate di sostanza organizzata” all’interno di tessuti, cellule e fibre.
Christian Gottfried Ehrenberg: Viene menzionato il fatto che Ehrenberg chiamò queste minuscole entità, visibili al limite della risoluzione microscopica, con il nome di monas crepusculum.

Istologi e anatomopatologi dell’epoca conoscevano bene le granulazioni e le rappresentavano nei loro disegni come semplici trattini. Tuttavia, le consideravano materia inanimata, moli di sostanze grasse o minerali, oppure detriti di tessuti e cellule distrutte. Mentre i suoi contemporanei vedevano in queste granulazioni dei residui o dei sottoprodotti chimici (materia “morta”), Béchamp dimostrò che esse erano organismi viventi autonomi, capaci di nutrirsi, riprodursi ed evolvere in virus e batteri. Béchamp non “scoprì” le granulazioni (che erano visibili a chiunque avesse un buon microscopio dell’epoca), ma fu il primo a dare loro un nome specifico (microzimi) e ad elaborare una teoria fisiologica complessa secondo cui queste particelle fossero eterne, indistruttibili e responsabili sia della vita che della malattia (attraverso il polimorfismo).